martedì 17 ottobre 2017

Domani

Domani mi sveglierò un anno più vecchia. Questa sera poserò la testa sul cuscino sapendo che da domani dovrò pensarmi con un anno di più.
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Quando ero bambina, come tutti i bambini, vivevo l´attesa del mio compleanno come se fosse Natale, quella candelina nuova sulla torta mi faceva sentire importante. Adesso le candeline incominciano a pesare, sulla torta incominciano a dover trovare i loro spazi per poterci stare, ordinatamente, tutte. Non mi spaventa questo passare del tempo su di me. Non mi rende né felice né triste passare ad un  numero nuovo. Ho voglia di festeggiare comunque anche se non ho più vent´anni, tanto per sdrammatizzare. Non mi spaventa questo correre veloce degli anni, mi piace voltarmi indietro e sorridere a quella bambina che ero, all´adolescente che sono stata, alla giovane mamma che non sono più. Non mi fa paura guardare davanti e vedermi più vecchia, più stanca, più fragile, anche se a volte vorrei fermare il tempo e dire grazie, okay, va bene, fermiamolo qui, blocchiamo l´immagine sulla me di adesso. Geliamo il tutto, noi con le stesse forze ed energie, loro grandi ma ancora abbastanza dipendenti da noi. Qualcuno ancora davanti a proteggerci da quella sensazione di primo della fila che si ha quando pian piano quelli che ci hanno sempre protetto incominciano a prendere commiato da questo mondo. Non si ferma il tempo, non si può, e poi forse è anche bello andare avanti, la curiosità di vedere il domani, un nuovo sole che sorge, un inverno più freddo, una nuova vacanza.
Fa strano pensare che gli anni davanti rischiano di essere molti meno di quelli già trascorsi, lascia una sensazione un po´ spiazzante il pensiero di aver costruito un innumerevole numero di ricordi e di momenti di vita che rischiano, anche questi, di essere più numerosi dei futuri. Ma alla fine comunque si continua a camminare, a costruire, a inventarsi una vita, a renderla nuova, allegra stimolante, qualitativamente sempre migliore ....
Domani feseggerò, riceverò auguri, abbracci sorrisi. La mia mamma, come ogni anno, mi racconterà quelle ore prima della mia nascita, il suo giro del mercato con il pancione, l´incontro con la vicina. Sentirò le voci squillanti e lontane delle mie ragazze, le parole tenere della piccola di casa. Sorriderò davanti al mio primo caffé del mattino, brinderò con nuove amiche. Guarderò i prossimi 365 giorni davanti a me fino al prossimo compleanno, sperando che siano belli, intensi e pieni di sorprese come lo sono stati i  precedenti 17520!!!

venerdì 13 ottobre 2017

La forza devastante del fuoco

La California sta bruciando. Sono qui seduta nella mia nuova casa a Stoccolma e guardo immagini devastanti di un mondo che è stato il mio fino a pochi mesi fa. Per molti può sembrare lontano, ma quando un posto è stato casa, tutto prende dimensioni diverse, succede così ogni volta che un terremoto tocca il Giappone, una catastrofe naturale colpisce l´India del sud, una bomba esplode in centro a Parigi... sono i miei mondi, sono con me e in me.
Un anno fa o poco più  ho recuperato Paolo all´aeroporto, rientrava proprio da Stoccolma e senza passare da casa siamo andati dritti a Napa, ci aspettavano degli amici per un week end all´insegna della degustazioni di ottimi vini, immersi negli splendidi paesaggi che quella regione unica al mondo sapeva offrire. Fu una delle prime occasioni in cui parlammo della possibilità di rientrare in Europa e trasferirci in Svezia. Sorseggiammo ottime bottiglie intorno ad una spelndida piscina con vista su chilometriche file di ordinati vigneti.
Tutto è andato in fumo, in poche ore di quel meraviglioso posto non è rimasto più nulla, così come non è rimasto più nulla di villaggi interi.
Vedo immagini di devastazioni che sembrano surrealiste, quartieri interi rasi al suolo, rimangono le strade a indicare un mondo che fino a pochi giorni fa era vita. La gente ha perso tutto, non solo la casa, anche il mondo nel quale era abituata a vivere. Non esistono più i vicini, la scuola, il supermercato.
Penso al mio quartiere a Los Altos, alla mia via tranquilla, il liceo alle spalle, le risate dei bambini nelle case accanto alla nostra. rivedo il gatto accovacciato sulla staccionata, la mia macchina parcheggiata davanti, le bici delle ragazze appoggiate al muro. Un quartiere tipico di ricca cittadina californiana, di quelle che hanno storie vecchie di 50 anni e ne vanno fiere. Un quartiere proprio come quelli che vedo adesso ridotti a cenere. Sono incredula. Siamo fragili di fronte a questa forza devastante. La vita stessa è fragile. Fa paura e fa riflettere.




mercoledì 11 ottobre 2017

Jag heter Giulietta, jag talar svenska!

Uno dei grossi challenge degli expat è la lingua. In un certo senso noi italiani siamo fortunati, non abbiamo aspettative da questo punto di vista, ovunque andremo saremo immersi in una nuova lingua. Certo il nostro sistema scolastico, adesso come ai miei tempi, non è veramente predisposto ad insegnare le lingue come si deve, per cui il grande sforzo rimane spesso da fare.
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Io sono stata fortunata, ho vissuto prima in un Paese francofono e conoscendo perfettamente la lingua ho diminuito di molto le difficoltà dell´impatto, potevo comunicare senza problemi e dovevo solo concentrarmi sul resto (cultura diversa, meccanismi diversi, che poi per me andavano insieme all´essere diventati famiglia con tutti i challenge che ne conseguono). Comunque non ho avuto problemi nel contatto e nell´organizzazione della nostra vita nei nostri anni francesi e di questo devo ringraziare un padre constante nel continuare a trasmettere a noi figlie la sua lingua.
La situazione è completamente cambiata quando ci siamo trasferiti in Giappone. Molto rapidamente ho capito che con inglese e francese non sarei andata molto lontano. I giapponesi non sono molto dotati per le lingue, devo anche dire che la struttura della loro è talmente diversa dalle nostre, che non mi ha mai sorpresa la loro reale difficoltà a parlare inglese. Sono pochissimi i giapponesi che veramente masticano la lingua di Shakespeare, e ancor meno quelli che osano utilizzarla: questo osare esprimersi in una lingua diversa uscendo dalle loro zone di confort comunicativo, spiazza i tre quarti dei giappponesi, che, si sa, regolano in modo molto codificato tutte le loro relazioni sociali, e trovarsi a doverle mantenere in una lingua che non maneggiano in modo disteso, li spiazza.
È stato in Giappone che ho dovuto veramente rimettermi sui banchi e provarci. Avrei potuto sopravvivere senza una parola di giappponese, certo, anche perché ero immersa in un ambiente internazionale, alternando francese e inglese e le poche amiche giapponesi parlavano un inglese perfetto (le rare eccezioni, erano quelle che gli stranieri li andavano a cercare). È stata durissima. Credo che il grosso problema fosse appunto il limitato uso del giapponese al di fuori della mia lezione. A parte comprare il pane e dare due dritte al taxi, non andavo mai oltre.
La lingua è ardua, ma non impossibile, Paolo lui è riuscito a impararla benino, ma la differenza tra noi due era che lui era immerso in un ambiente giapponese al 100% dal mattino alla sera, e alla fin fine per lui masticare un discreto giapponese era una questione di sopravvivenza.
Tornassi indietro farei diversamente e mi impegnerei molto di più... facile dirlo a posteriori, ci si dimentica in fretta di quante cose ci siano da fare con tre bambini in casa, della logistica che ne consegue, soprattutto che a Tokyo ho avuto l´ambizione di portare avanti il mio lavoro e il tutto lasciava poco tempo per veramente dedicarmi a kanji e compagnia.
Il risultato è che a distanza di 10 anni ho fatto tabula rasa e in testa mi sono rimaste solo quelle pochissime espressioni che sono entrate a far parte del nostro lessico famigliare ed ogni tanto ascoltando stralci di conversazioni in giappponese colgo parole sparse qua e là che mi fanno sorridere.
Comunque così è andata. Nelle tappe successive francese e inglese sono stati nuovamente dominanti, ho mantenuto vivace la prima lingua e costantemente migliorato la seconda, soprattutto formando il mio orecchio ad accenti diversi e a tutte le loro sfumature, dall´indiano alle diverse pronunce americane (alcune ancora un po´ ostiche, l´ammetto).
A questo punto arriviamo in Svezia. Qui l´inglese è ovunque, o meglio è nella bocca di tutti ma non su carta e indicazioni varie. Beh ovvio la lingua ufficiale è lo svedese, nessuno penserebbe mai di trovare indicazioni in inglese in Italia, lo stesso succede a Stoccolma, con l´enorme differenza che se a Torino trovare un autista di bus che ti risponde in inglese impeccabile, credo sia missione impossibile, qui è assolutamente normale.
Studiano l´inglese fin da piccolissimi, i film sono in lingua originale, questo aiuta.
E questo allevia sicuramente la vita di noi expat, possiamo tranquillamente adagiarci nel nostro piccolo confort linguistico senza tuffarci a capofitto in una lingua, che, francamente, una volta uscita dai confini svedesi non serve a nulla.
In questi due mesi mi sono però resa conto che certo  tutti parlano inglese, ma che il mondo qui gira in svedese. Il primo approccio con le persone (al di fuori degli stranieri come noi) sarà in svedese sempre perché nessuno guardandoci in faccia capirà subito che svedesi non siamo. Per me questo è comunque spiazzante ... aggiungo poi il fatto che tutto dai giornali, alle etichette dei prodotti, alla segnaletica è in svedese, ho abbastanza input per dirmi che una base di lingua locale è assolutamente necessaria....
Detto fatto, eccomi di nuovo con un libro di lingua astrusa in mano, eccomi a memorizzare verbi nuovi, cercando mezzi mnemotecnici per facilitare il tutto ( esercizio divertente!).
Di primo acchito la lingua sembra ardua, anche se l´indubbio vantaggio che utilizzino il nostro alfabeto, aiuta già. La cosa che mi sembra più difficile è la pronuncia, qui la lunghezza della vocale può cambiare il senso completo di ciò che vuoi dire.
La grammatica sembra molto meno complessa dell´italiana, il che facilita le cose.
Ci sono appigli con l´inglese, il tedesco (che ho studiato un anno e di cui non ricordo nulla, ma a sufficienza per qualche magro reminder), il francese, qualche origine latina, insomma un bel mix.
Non sarà semplice, mi sono data degli obiettivi, che non svelo... un po´ per poter sorprendere tutti ci riuscissi, un po´ per non fare una pessima figura gettassi la spugna.
Di una cosa sono contenta, imparare un´altra lingua è un ottimo esercizio per mantener viva la memoria e far funzionare certi pigri neuroni, a questo aggiungo il fatto che per me la cultura di un Paese va di pari passo con la cultura che la veicola, e visto che vivere in un Paese vuol dire prenetarlo al 100%, beh attraverso la lingua faccio passi da gigante: avete mai pensato a quanto ci dice il modo stesso di sistemare le parole all´interno di una frase rispetto alla cultura che c´è alle spalle, al modo di funzionare dei suoi abitanti? molto!!
Bei intanto jag studerar Svenska e lo faccio perché jag bor i Sverige e mi sembra il minimo!!