sabato 8 luglio 2017

Ciao, mi chiamo Macchi e sono un gatto expat

Ciao sono Macaron, detta Macchi, nata il 15 marzo 2011 a la Garenne Colombe, predestinata ad essere un gatto expat.
io sul treno
L´avessi saputo che quel giorno dei primi di maggio di oltre 6 anni fa, saltare sulle ginocchia di quella biondina, mi avrebbe portata ad essere sballottata in giro per il mondo... beh me ne sarei stata alla larga. Invece adesso eccomi qui, in una specie di stanzone un po' puzzolente, con tante piccole gabbie, che loro spacciano per casette ma in realtà sono pure e semplici gabbie. Sono accerchiata da quadrupedi pelosi che un po' mi assomigliano, ma in brutto, che mi guardano incuriositi, vorrebbero socializzare, ma io non voglio. I miei umani avevano le lacrime agli occhi lasciandomi, non ho capito perché se sono così tristi mi abbiano portato in un posto così.
Stà storia un po'strana va avanti da un po´....
Erano anni ormai che a nessuno veniva in mente di prendermi e spostarmi e devo dire che mi andava bene così. Là nella casa in California ci stavo benone, fuori a scorrazzare tutto il giorno, a far finta di cacciare, e al caldo la notte, nutrita e riverita (perché vi assicuro che la mia umana più vecchia si fa inturlupinare come niente e cede ad ogni mio capriccio...e quando lei non cedeva andavo dai vicini)
Diciamo che fino all´estate scorsa sembravamo quasi una famiglia normale. Una era partita da un po' e ogni tanto tornava, e pretendeva anche che io fossi contenta. L´altro è sempre andato e venuto, e quando non c´è sono super felice perché posso dormire nel lettone a zampe larghe, mentre quando arriva mi caccia sempre con urla selvagge....
Comunque in questo andare e venire tutto sembrava filare liscio. Poi pian piano ho incominciato a veder sparire cose e comparire grosse scatole di cartone. L´umana vecchia sembrava un po´ isterica, anche in camera mia apriva e ordinava armadi con frenesia. Mi ha persino messo del prodotto anti pulci semplicemente per togliere dai piedi il flacone....
Poi un giorno la casa è stata invasa, non che non capitasse mai, anzi, da noi sembrava un po´ un porto di mare, raro starcene tranquilli da soli,sempre invitati che si sentivano anche in dovere di interessarsi a me, mentre a me di loro e delle loro moine francamente non è che me ne freghi molto....
Comunque quel giorno ho capito subito che non girava come al solito. Di solito quando c´è gente si siedono a mangiare, bere e chiacchierare, invece questa volta neanche un caffé o un bicchierino di vino, invece hanno incominciato ad aprire freneticamente cassetti con foga, ad avvolgere cose e sbatterle dentro grandi scatole. Quando hanno incominciato a girare attorno al mio divano, ho capito che qualcosa non andava nel senso giusto....non ho capito bene ma l´hanno tutto avvolto...  I miei umani vedendomi un po'stupefatta mi hanno boffonchiato un sacco di spiegazioni che francamente non ho capito. Mi dicevano tranquilla Macchi, vedrai che ti piacerà la nuova casa, vedrai che non succede niente, vedrai.... promesse promesse. A me fregava ben poco delle loro parole, ero solo
inquita  e con un sentimento di déjà-vu. Come dire avevo l´impressione di esserci già passata.
Da lì in poi comunque è stato sempre peggio. In una settimana ho cambiato tre posti e adesso mi ritrovo nel quarto dove non riesco neanche a fare tre passi che già sono arrivata alle sbarre e devo tornare indietro. Ma fossero solo i posti, mi hanno tenuta ore ed ore nella mia valigetta, loro trovano che sia bellissima, mi dicono ¨Macchi che bella la tua casetta...¨ vorrei vederle loro raggomitolate dentro una borsa. Per di più mi hanno anche messo una specie di cappottino da lobotomizzata, di fronte al quale si estasiano con gridolini di gioia. Con tutto questo ambaradan per ore ed ore sono stata non so dove, e per dispetto ho obbligato la mia umana più vecchia  a tenermi tutto il tempo sulle ginocchia accarezzandomi la zampa... lei poi raccontava che non aveva chiuso occhio, però affari suoi non aveva che da starsene tranquilla a casa con il mio divano e il mio giardino.
io tranquilla sul mio divano
Dopo un tempo lunghissimo mi hanno fatta uscire dalla gabbia e hanno perfino preteso che facessi la pipí a comando nel bagno dell´aeroporto... in realtà l´ho fatta non perché me l´hanno chiesto ma perché mi scappava talmente che non ne potevo più e ho trovato più furbo farla lì nella mia bella cassettina (che si erano portati dietro in valigia) anziché nella mia gabbietta .... non sono mica scema.
Pensavo che fosse finita, il giorno dopo mi hanno obbligata a forza a rinetrare nella mia gabbia (e vi assicuro che non fossero state tutte e tre, la vecchia, la biondina e la magretta non ci sarebbero riuscite)
E via altre ore sballottata, con gente intorno che mi guardava come bestia da circo...
Ormai non mi illudo più, temo il peggio. Loro se ne vanno in vacanza e io sono qui, fa un caldo e c´è puzza, mi sento sola e cerco di capire cosa succederà il prossimo giro.... pare che nuovamente io debba andare in un aeroporto e poi salire su un aereo e poi arrivare in una casa, senza giardino.... me lo spiegano tutti i santi giorni, ormai l´ho imparato a memoria, ho capito che non ho scelta... arriverò in un nuovo Paese, hanno scelto per me, annuserò un nuovo posto, guarderò nuovi paesaggi, forse, dicono, mi dimenticherò del prima, ma non credo, anch´io ho lasciato il mio giardino, i miei vicini, la mia cameretta, piccola ma simpatica, non mi hanno chiesto niente hanno imballato il mio mondo e adesso se ne vanno anche al mare....
questa non è vita da gatti ma da cani!!
vostra Macchi

mercoledì 5 luglio 2017

Pronto soccorso: benvenuti all´inferno.

Di mala sanità ne leggo spesso sui giornali, malati abbandonati nei corridoi in attesa di essere visitati, ambulanze che non arrivano, pazienti spediti da una parte all´altra in attesa di una diagnosi , errori vari ed eventuali. Succede e succede ovunque non solo in Italia. Non dovrebbe però perché la salute è preziosa e quando ci si affida al sistema sanitario pubblico è per uscirne guariti e pimpanti....
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Lunedì, sfiga delle sfighe, abbiamo avuto la seconda allerta appendicite della settimana. La prima si era risolta giovedì sera a Stanford con operazione d´urgenza per Paolo, la seconda si fa sentire nella pancia di Chiara. Chiamiamo la guardia medica alle 21 mi da due dritte e mi richiama mezz´ora dopo per sapere se la situazione è migliorata. Ci invia un medico che, dopo aver visitato Chiara, preferisce spedirci al pronto soccorso.
Alle 23 varchiamo la soglia del pronto soccorso del più grandi ospedali di Torino, Il terzo mondo. Un infermiere scazzato ci riceve all´accettazione, sembra più concentrato sul fatto che non abbiamo un codice fiscale, piuttosto che sui reali problemi di mia figlia. Non controlla un valore, pressione, temperatura, polso, non sembrano interessarlo. Sono stupita. Ci spedice in sala d´aspetto. Se l´ingresso del pronto soccorso era già squallido, il corridoio è vetusto, muri sporchi e scrostati, poster che cadono a pezzi. La sala d´aspetto è gremita, pazienti con sguardo dolorante accompagnati da parenti con l´aria stanca. Ogni tanto chiamano qualcuno, chi in chirurgia, chi in medicina.
Fa caldo. Il bagno vicino alla sala d´attesa è impraticabile... okay è notte, ma in un ospedale i servizi di pulizia non dovrebbero fermarsi mai. Onestamente penso a cosa ci beccheremo in questo ambiente promiscuo, chi tossisce, chi sbadiglia. La signora dietro di noi si tiene il sacchetto della pipi in mano. Sono perplessa. Chiara ha male, sempre di più. Vado più volte a sollecitare l´infermiere... solo all´ennesima si alza dalla sedia e con fare ¨come dire perché mi rompi¨ misura stacamente la temperatura a Chiara. Un´amica mi ha raggiunta per tenerci compagnia, anche lei è perplessa. Passano le ore, la sala d´aspetto è sempre piena la gente comincia a dare segni di cedimento, c´è chi si sdraia su due sedili e cerca di dormire, sembra di essere a porta Nuova un giorno di esodo estivo....
Sono passate 4 ore e finalmente ci chiamano, finalmente vediamo un medico.
Il suo fare non è da meno dell´infermiere... più che seduto su una sedia è stravaccato e con voce monocorde ci fa le domande di rito.... batte con due dita sulla tastiera, quindi il tuttto prende un tempo immane... ma ormai non siamo più di fretta abbiamo capito che varcando la soglia del pronto soccorso siamo passati in una zona spazio temporale vergognosa, in cui nessun andazzo strano dovrebbe stupirci.
Visitano Chiara ma nessuno le prende né la pressione né il polso... le fanno un prelievo e ci spediscono fuori. Il progresso c´è, non siamo più nella prima sala d´aspetto, ma nel corridoio della chirurgia, dove si fa lo slalom tra i lettini con sopra pazienti in attesa e ci si gioca a dadi l´unica sedia che non sia a rotelle per sedersi.
Benvenuti all´inferno.... incominciamo a chiacchierare con gli altri pazienti... c´è chi aspetta dalle tre del pomeriggio di fare un ecografia... ho i brividi, intravvedo il peggio. Quando dico che apsettiamo gli esami, un signore mi dice ¨li avrà tra cinque ore¨ strabuzzo gli occhi. Un signore che accompagna la moglie che, su una barella, si contorce dal dolore, sorride a Chiara e le dice"siamo entrato qui che avveamo la tua età...."ne avrà una settantina. Questo per dire che i pazienti e i famigliari sono allibiti.
Sembra di essere a Porta Palazzo in pieno mercato. Arriva Marcello , 90enne che cadendo in casa si è ferito alla testa, lo portano dentro, lo devono visitare. Marcello è sordo, ma qui gli hanno tolto qualsiasi dignità. Dal corridoio sentiamo il medico che urla, per farsi sentire, e il povero Marcello risponde confuso... nessuna privacy, non esiste. Una signora mi chiede se ho della moneta, vorrebbe un caffé è qui da 24 ore con il marito con un blocco intestinale parcheggiato in una stanzina con altri 4. Un signore instabile sulle gambe va ogni tanto in bagno (la serratura è rotta) cammina tenendosi il camice che si apre sulle sue gambe nude e traballanti. Mi viene una rabbia. Sono le 5 del mattino e comincio a dare segni di nevrastenismo ( a mio discapito ho sulle spalle una notte in volo, 9 ore di fuso, 5 ore di sonno la notte succesiva, l´arrivo a Torino). Chiedo notizie dei risultati di Chiara, non ci sono, poi ci sono. Lo stesso medico con fare scazzato mi dice che globalmente vanno bene ma c´è un segno di infiammazione, dobbiamo fare l´ecografia. Chiara non ha più male le hanno fatto una flebo di antidolorifico, gliene fanno un´altra di antibiotico. Okay ecografia sia.... si signora ma alle 8, prima il centro è chiuso. Come chiuso? Cioè al pronto soccorso non fate ecografie???... effettivamente tutti quelli alla bell´ e meglio sui lettini nel corridoio sono li chi in attesa di tac chi di ecografia, se fa bene qualcuno ci lascerà le penne in silenzio durante la notte, così poi ci sarà meno gente in coda.... Vorrei andarmene, portarla via, il medico è molto secco, mi dice ¨ vada ma le analisi fatte non gliele do¨... non so tanto che fare, chiamo il mio medico negli Stati Uniti,lei mi consiglia di rimanere, per lei Chiara deve fare l´ecografia, non c´è santo che tenga...
Chiedo una barella perché Chiara possa sdraiarsi, oso anche chiedere una coperta, l´aria condizionata è a palla... la coperta non c´è, otteniamo un lenzuolo, meglio che niente. Chiara dormicchia, ci provo anch´io, ma sono molto ma molto incazzata, la situazione è snervante, accidenti siamo in Italia nel 2017 e i pazienti sono trattati così. A denti stretti un infermiere mi dice ¨scriva una lettera di protesta signora, lo faccia, è l´unico modo per noi per poter lavorare bene¨ lo farò ovviamente, pur sapendo che lascerà il tempo che trova, in Italia il discorso è lungo, finché non si cambiano le mentalità, la corruzione, l´evasione fiscale, i mezzi per il servizio pubblico non ci saranno.
Tornando a noi, alle 8 c´è il cambio turno, per un´ora tutto si ferma e i pazienti assitono al girotondo di medici e dottori, ovviamente della promessa ecografia nessuna traccia. Alle 9 sbotto, il nuovo medico mi dice che prima di lei c´è altra gente, prima delle 12 di sicuro non passerà....Siamo al Pronto soccorso da oltre 10 ore e non si è mosso nulla... Contratto per avere le sue analisi e firmo per farla dimettere, siamo tutte e due stanche, e io in più sono triste molto triste che mia figlia sia stata spettatrice di un´Italia che va a rotoli.
Siamo l´eccellenza in tanti campi, tra cui quello medico, ma caspita com´è possibile che in una grande città nel 2017 il servizio pubblico sia così sgalfo?  Mi spiace dirlo ma in situazioni come queste sono ben felice di aver offerto alle mie figlie una vita fuori da questo Paese, bello certo,ormai senza speranza!!



martedì 4 luglio 2017

Trasloco con bonus!

Ho ripercorso una casa vuota, mano nella mano con Camilla le lacrime che rigavano le nostre guance. L'ho ripercorsa stanza per stanza per imprimere ancora una volta nella mia memoria le immagini del mio mondo, che non è più mio.
Ho pianto dando l'ultimo giro di chiave, ho pianto di tristezza, perché come ho già detto chiudere una porta ha un significato molto più profondo di un semplice gesto.
Ho pianto di liberazione, di stress, di felicità. Pianti che si sono mescolati, sommando e confondendosi. 
Ho pianto di liberazione perché alla fine le ultime settimane sono state un continuo salutare, un lento separarsi dalle persone a cui voglio bene, e alla fine diventava sempre più doloroso l'ultimo abbraccio, l'ultima frase. Non ho versato una lacrima salutando, mi sono fatta quasi paura, mi sono chiesta se vent'anni di saluti e partenze non mi avessero resa troppo dura... Era una forma di protezione, se avessi pianto ogni volta non sarei arrivata a fine corsa... Ho pianto di botto nel momento del distacco finale... Mi ha fatto bene.
Ho pianto per lo stress degli ultimi giorni, un crescendo. Il trasloco è filato liscio di per sé, équipe ottima, lavoro super organizzato. Alla fine del primo giorno sentivo pian piano di essere a cavallo. Non ho fatto i conti con la sfiga, con l'imprevisto che durante un trasloco non dovrebbe mai essere presente. E invece per noi questa volta è stata la corsa al pronto soccorso e un'operazione di appendicite per Paolo, una notte in ospedale, un sospiro di sollievo perché al posto di essere in sala operatoria avrebbe dovuto essere in aereo, ma per fortuna sull'aereo non ci è mai salito, perché come un sesto senso l'ha spinto a vedere il medico prima di prendere la strada dell'aeroporto e per lei non ci sono stati dubbi, non sarebbe stata SFO la sua destinazione serale, ma Stanford Hospital. E così è stato, e ho gestito l'emergenza, la fine del trasloco, il gatto stressato, la figlia quindicenne che diceva ciao alle sue amiche del cuore...Ho pianto perché alla fine non ne potevo più!
Ho pianto di felicità leggendo le stupende parole che un'amica mi ha scritto, e le ho anche detto grazie perché grazie a lei mi ha fatto bene piangere ... Ho ripianto di felicità leggendo il messaggio di Chiara sulla strada dell'aeroporto, le stupende parole di mia figlia diciassettenne mi hanno dato brividi nella schiena e riempito il cuore, e sono sicura che conserverò e rileggerò nel tempo questi due stupendi messaggi, che racchiudono il senso di questa vita emozionante che ci offriamo, ma che purtroppo si trascina dietro anche un fondo di positivo dolore!
Pensavo fosse tutto finito venerdì, Paolo uscito dall'ospedale ( eh sì una notte e a casa per un'appendicite in Us) e abbastanza in forma per poter riprendere il volo, sapevo che tra noi e il nostro volo di sabato sera ci sarebbe stata solo una giornata da riempire che era già piena, organizzata. Non avevo fatto i conti con un passaporto, il mio, dimenticato nella stampante, giovedì nel trambusto dell'ospedale. Un passaporto imballato e chiuso nel container, pronto a partire...
Panico. Angoscia, telefonate una dietro l'altra, traslocatori, consolato, Console. Tre ore a chiedermi se sarei partita con in bonus lo stress legato al fatto che quando si viaggia con un gatto non si sale sul primo aereo, e il gatto doveva partire sabato sera, come previsto. In tre ore ho aspettato è fatto e rifatto programmi con la rabbia di essere stata così stupida da fare l'errore di uno che trasloca per la prima volta. Erano settimane che i passaporti erano in un posto sicuro insieme a tutti i documenti che non potevano partire nelcontainer.
Alla fine l'hanno tirato fuori dalla stampante, dallo scatolone, dal container, alla fine sono partita. Alla fine sono arrivata. La California è dietro di noi. I nostri cinque anni californiani entreranno a far parte del capitolo dei ricordi. Le amicizie rimaste là diventeranno telefonate su Skype e messaggi su Whats App, diventeranno come tutte le precedenti, lontane, ma vicine, qualitative e non quantitative.
Adesso posso tirare il fiato, sono sopravvissuta a 72 ore abbastanza surrealiste, ma adesso rido pensandoci!
( post scritto qualche ora prima del successivo casino...)